Maggio 17, 2013
Wine Town #Florence : Jazz nella corte del Bargello

Wine Town #Florence : Jazz nella corte del Bargello

10:28pm
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Maggio 12, 2013
Allo stadio Franchi prima del diluvio incombente #Florence #fiorentina #viola #tuscanygram

Allo stadio Franchi prima del diluvio incombente #Florence #fiorentina #viola #tuscanygram

Maggio 7, 2013
Gli 11 bidoni della Fiorentina “era Della Valle”

Riprendendo un’idea simpatica che ho letto sugli 11 bidoni della Juve e dell’Inter dal 2000 al 2013, ho fatto un’ipotetica tragica formazione della peggiore Fiorentina negli di Della Valle, cioè dall’estate 2002 ad oggi (il fatto è che per evidenti ragioni i bidoni viola sono molti di più di quelli a strisce, specialmente nell’anno del fallimento).

Questo il mio top team ideale, con tipica formazione 3-4-3 da fantacalcio, comprese le riserve.

Portiere:

Vlada Avramov , numero 12 serbo acquistato misteriosamente dal Vicenza per fare raramente il terzo, spesso il quinto portiere della rosa; Avramov è entrato negli incubi dei tifosi viola perché dal 2006 al 2011 ha fieramente occupato la casella da extracomunitario. Rubando il posto a funambolici acquisti alla Neymar, che non hanno potuto così coronare il loro sogno di giocare in riva all’Arno. Per lui 9 presenze in 3 stagioni, contando anche le amichevoli infrasettimanali.

Difensori:

Anthony Vanden Borre:  terzino belga, acquistato per qualcosa come 4,5 milioni di € dall’Anderlecht un anno prima che il Belgio diventasse la principale fucina di talenti europea. Inutile dire che Vanden Borre non era tra questi. Per lui 36 minuti in Serie A.

Manuel Da Costa: tamarro portoghese, acquistato anch’egli per 4,5 milioni di € dal PSV Eindhoven. 1 presenza in serie A.

Felipe Dal Bello: il bidone difensivo per eccellenza, pagato 9,3 milioni di € dall’Udinese (cifre da top player nel ruolo) per prestazioni in campo ai limiti della tortura visiva. Se ne andò a Cesena e tentando di non farsi riconoscere cambiò il proprio nome in Dal Bello; sbolognato al Siena, sta facendo una discreta stagione tra il 16° e il 20° posto in classifica.


Centrocampisti:

Hidetoshi Nakata: acquistato a fine carriera esclusivamente per fare marketing in Giappone, il buon Hidetoshi stava già programmando il suo futuro di modello e libero pensatore a giro per il mondo. La sua micidiale lentezza è stata battuta, anni dopo, soltanto da Bolatti (segue)

Gianni Guigou: altro ex rottame della Roma transitato in Toscana, Gianni Guigou fu preso per fare legna a centrocampo dopo una discreta stagione a Siena. Per lui 6 presenze in Serie A. La legna è sempre lì che aspetta.

Mario Bolatti: micidale acquisto invernale della Fiorentina formato Champions. Pagato 3 milioni e mezzo di euro dal Porto mentre giocava misteriosamente nella nazionale argentina (fece pure il ridicolo gol con cui l’albiceleste si qualificò a Sudafrica 2010) e scaraventato negli ottavi di finale di Champions League, il buon Bolatti non si riprese mai dall’eliminazione e assunse la velocità di gioco e pensiero di un bradipo ubriaco arrotato da un tir.

Houssine Kharja: l’uomo pendolino, arrivato a Firenze come immeritato membro dell’Inter del triplete e capitano inamovibile della nazionale marocchina, Kharja è ricordato con simpatia per i suoi viaggi Firenze-Milano. Instancabile pendolare sponsor dell’efficienza ferroviaria italica, tutti i giorni alle 17 prendeva il Frecciarossa direzione Milano tornando la mattina successiva per gli allenamenti. Gli andò liscia più o meno fino a Gennaio. Nonostante fischi e lazzi è rimasto inspiegabilmente legato alla Fiorentina, che elogia da commentatore di Al Jazeera (attività che svolge tra una rissa e l’altra sui campi di calcio qatarioti).

Attaccanti:

Javier Portillo: Arrivato a 22 anni in prestito dopo aver disintegrato qualsiasi record (compreso quello di un certo Raul) nelle giovanili del Real Madrid. Per lui 11 presenze in campionato e un misero gol. Al momento la sua migliore stagione è l’attuale: 13 gol in Serie B spagnola a 31 anni.

José Ignacio Castillo: Preso dal Lecce “perché tanto non potrà essere peggio di Bonazzoli” (12 presenze 1 gol nel 2009) Ignacio Castillo fa effettivamente meglio del predecessore con 1 gol in 6 presenze. Imbarazzante.

Santiago “El Tanque” Silva: Preso dal Velez  “perché tanto non potrà essere peggio di Castillo e Bonazzoli” riesce a fare peggio di tutti i predecessori nonostante un incomprensibile amore da parte dei tifosi: 12 presenze e un gol su rigore gentilmente regalato dai compagni. Per il Tanque una mobilità e una corsa degne di un carrarmato italiano durante la campagna di Russia. All’inizio della stagione 2008-2009 – prima del trittico magico Bonazzoli, Castillo, Silva – la viola aveva come punte Gilardino, Jovetic, Mutu, Osvaldo e Pazzini…

Riserve: Norberto Neto; Ondreij Mazuch; Alessandro Potenza; Ruben Olivera; Luis Helguera; Daniele Cacia; Arturo Lupoli.

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Aprile 30, 2013
Under the fig tree #Florence #tuscanygram

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Aprile 30, 2013
Florence: “Le Murate” a former prison converted into a modern micro apartment complex #Florence #tuscanygram #tuscany

Florence: “Le Murate” a former prison converted into a modern micro apartment complex #Florence #tuscanygram #tuscany

Aprile 25, 2013
Modello tedesco

È dal 2000-2001, nel calcio europeo un’infinità di tempo, che una squadra di club tedesca non vince la Champions League (e in generale una coppa continentale). A meno di disastri il digiuno terminerà questa stagione. Se a Wembley venissero schierate le due formazioni titolari di Bayern e Borussia scese in campo tra ieri e stasera se la giocherebbero in 13 tedeschi (e 13 giocatori del Bayern tra presenti o futuri, ma questa è un’altra storia).

Non sarà un inedito assoluto: nel 2003 – finale Juventus : Milan –  scesero in campo da titolari 12 italiani (8 di loro avrebbero vinto il mondiale 3 anni dopo); nel 2000 (Real Madrid : Valencia) c’erano 13 spagnoli (ma nessuno, tranne Casillas, avrebbe vinto niente a livello di nazionale). È comunque un segno di grandiosa potenza, tenendo conto che entrambi gli allenatori sono tedeschi, così come gli sponsor sulle maglie e i produttori delle divise stesse: Adidas e Puma.

Nel successo del modello tedesco c’è molto del loro parallelo successo nazionale che invidiamo e attacchiamo con pressappochismo e presunzione: organizzazione impeccabile, programmazione, valorizzazione del patrimonio nazionale e giovanile, un buon modello di integrazione, montagne di soldi, ma spesi bene, con acquisti mirati. Il tutto si traduce in stadi moderni, comodi e sempre pieni, in un merchandising (almeno a livello interno) di successo, in squadre giovani formate negli anni, nella fusione della tradizionale scuola calcistica mitteleuropea con l’estro turco e l’esplosività africana, in colpi di mercato sempre più clamorosi.

Un esempio esemplare? Anno di arrivo, costo ed età della formazione titolare del Borussia Dortmund:

Weidenfeller: 2002 / gratuito / 32 anni
Piszczek: 2010 / gratuito / 27 anni
S
ubotic: 2008 / 4,5 milioni / 24 anni
Hummels: 2009 / 4,2 milioni / 24 anni
Schmelzer: 2007 / gratuito / 25 anni
Gundogan: 2011 / 5,5 milioni / 22 anni
Bender: 2009 / 1,5 milioni / 23 anni
Blaszczykowski: 2007 / 3 milioni / 27 anni
Gotze: 2007 / cresciuto nel vivavio / 20 anni
Reus: 2012 / 17 milioni / 23 anni
Lewandowski: 2010 / 4,7 milioni / 24 anni 

Una squadra (quasi) finalista di Champions costruita nel corso delle ultime 6 stagioni, con un’età media di 24 anni e mezzo, al costo di 40,4 milioni di euro. Venti (20) milioni in meno di quanto è stato speso in due stagioni dal Real Madrid per acquistare Luka Modric e Fabio Coentrao.

Un modello di lungimiranza economica e successo sportivo (due campionati nazionali vinti nel 2011 e 2012, uno stadio bellissimo e sempre pieno, un gioco spettacolare) che meriterebbe di essere studiato. Un modello avviato nel 2007, due anni dopo lo scongiurato fallimento della società per una gestione sciagurata e una prima liquidità ottenuta soltanto vendendo il nome del glorioso Westfalenstadion: un modello di austerity tedesca che ha funzionato (diverso, e meno poetico, il caso del Bayern. Una squadra ricca e potente, con un passivo di mercato nell’estate 2012 di oltre 70 milioni di euro).

In Italia il modello Borussia, come quello tedesco, è ancora utopia. Buono soltanto per la propaganda, le polemiche e i piagnistei, dato che i responsabili del nostro sfascio sono sempre “gli altri”.

Ecco quindi stadi scadenti e semivuoti, merchandising ridotto, brocchi pagati per buoni giocatori e buoni giocatori spacciati per top player, investimenti bassi sul vivaio, scarsa attenzione ai parametro zero, programmazione spesso inesistente, ricerca costante del vecchio campione bollito, meglio se straniero, fretta verso i giovani, specie se italiani.

Un paio di voci nel deserto: quella del CT della nazionale Prandelli e il modello riuscito a metà dell’Udinese, una squadra che crea e disfa come Penelope e che in un processo “creativo” come quello del Borussia (nello stesso intervallo 2007-2013) avrebbe potuto schierare oggi:
Handanovic (De Sanctis) – Basta Danilo Zapata (Benatia) – Asamoah Candreva Inler Armero (Muntari, Isla) – Denis Sanchez Di Natale (Quagliarella, Muriel).

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12:08am
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Aprile 20, 2013
Green lantern and medieval tower @prato #igersprato #visitprato #prato #tuscanygram

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Aprile 20, 2013
Un errore pazzesco

La rielezione di Giorgio Napolitano, sicuramente uno dei più grandi Presidenti nella storia di questa Repubblica, è un gravissimo e imperdonabile errore politico, anagrafico e strategico.

Politico, perché certifica la drammatica incapacità dei partiti (escluso il Movimento 5 Stelle) a proporre personalità autorevoli e anche solo parzialmente condivise. È una resa totale della politica di fronte alle responsabilità che la Costituzione richiede, una bandiera bianca sventolata senza nemmeno troppo ritegno. Infine è un pericoloso precedente, che mai era accaduto in passato.

Anagrafico, perché Napolitano ha 88 anni e naturalmente questa può essere soltanto un’elezione a tempo. La scelta di un “grande” morente ricorda soltanto, a occhio, l’elezione di Hindenburg nella Germania di Weimar, cito da Wikipedia:

Al termine del mandato settennale Hindenburg, che soffriva di saltuarie crisi di senilità, venne persuaso a ripresentarsi alle elezioni presidenziali della primavera del 1932 [a 84 anni n.d.a.] come unico candidato in grado di bloccare l’ascesa di Adolf Hitler. Quello che era stato il presidente dell’opposizione nazionalista divenne il candidato dei partiti democratici, inclusi i socialdemocratici, e di quella parte della burocrazia, dell’esercito e dei ceti medi che erano favorevoli a una svolta autoritaria, ma diffidavano dei nazisti.

Hindenburg in effetti sconfisse Hitler nella corsa alla presidenza, ottenendo al ballottaggio il 53% dei suffragi contro il 37% di questi e il 10% di Thälmann; ma nelle elezioni politiche del luglio 1932 la NSDAP [il partito nazista n.d.a.] ottenne 230 seggi, che ne fecero il primo partito al Reichstag.

Inoltre, essendo naturalmente impossibilitato, a 88 anni, a gestire una fase storica pessima, Napolitano delegherà sempre più il suo potere alla struttura burocratica del Quirinale. In pratica, per i prossimi 12 o 24 mesi il nostro capo dello Stato sarà, letteralmente, un palazzo.

Infine è un drammatico errore strategico, perché l’orizzonte temporale di Napolitano non potrà mai essere quello di sette anni. Un altro Presidente avrebbe permesso di mettere in sicurezza il Quirinale per un periodo lungo, che avrebbe attraversato minimo due legislature, come la saggezza profonda dei Padri Costituenti aveva voluto. Così, invece, il Quirinale sarà un’istituzione traballante che sarà sottoposta, tra 12 o 24 mesi, a una nuova votazione, probabilmente dominata dal Movimento 5 Stelle.

La maggiore responsabilità di questo disastro è ovviamente sulle spalle del PD e della sua inadeguata classe dirigente uscita trionfante da elezioni primarie “drogate” da regole folli. Tuttavia la scelta di oggi certifica la drammatica volontà di conservare lo status quo da parte di tutti i partiti della seconda Repubblica, PdL, Lega e centristi ne escono meno distrutti del PD, ma una strategia a così corto respiro farà molto male anche a loro.

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Aprile 19, 2013
Ombre dal 1992

Le elezioni politiche del 1992 si tennero il 5 e il 6 aprile. Il Partito Comunista Italiano era sparito qualche mese prima, trascinato via dalla Storia con la s maiuscola: il crollo del muro di Berlino, la fine della guerra fredda, la bandiera rossa con falce e martello che veniva tirata giù dal pennone del Cremlino. Nei mesi precedenti la Jugoslavia era esplosa, il 6 aprile aveva inizio il sanguinario assedio di Sarajevo e dalle urne la Lega Nord uscì con l’8,65% dei voti, facendo temere il peggio a più di un italiano.

La Democrazia Cristiana, perno del sistema politico, ottenne il peggior risultato elettorale della sua storia. Il neonato PDS (con Rodotà presidente) crollò del 10% dall’ultimo risultato del partito comunista. Il PSI di Craxi riuscì a salvarsi per un soffio dalla confessione del mariuolo Mario Chiesa, arrivata il 23 marzo, fuori tempo massimo. DC, ex PCI e PSI tutti insieme prendono il 59% dei voti; soltanto nel 1976 valevano l’83%.

Il settimo governo Andreotti era finito da poco e l’ottavo tentativo del Divo Giulio viene arrestato soltanto dall’uccisione del suo braccio destro siciliano Salvo Lima, massacrato il 12 marzo a Palermo da un commando mafioso.

Nonostante il sangue attorno ad Andreotti il Parlamento non è in grado di eleggere un successore e si rimpalla il Governo fino al 13 maggio 1992, quando inizia a votare il sostituto del Presidente picconatore Cossiga, dimissionario dal 25 aprile, il giorno della liberazione.

La prima giornata quirinalizia termina con una rissa tra democristiani e missini. Sabato 16 maggio il segretario DC Forlani viene impallinato dal Parlamento, mancando il quorum per 39 voti prima, per 29 poi. Il 22 maggio, dopo dieci giorni di niente, la Stampa titola: “dietro le quinte si muove Andreotti”, è lui il burattinaio dietro il naufragio di Forlani, che si dimette in serata: la Democrazia Cristiana è nel caos totale.

Il giorno successivo, sabato 23 maggio, la mafia uccide Giovanni Falcone, sua moglie e la scorta: è la strage di Capaci. La domenica viene eletto Scalfaro. Un mese dopo nasce il Governo Amato.

A due anni di distanza, nel 1994, di quei partiti non sarebbe rimasto niente. Soltanto sconfitte brucianti, macerie, tangenti, processi, stragi e latitanze.

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PS: guardatelo “Il divo”, ne vale la pena.

Aprile 9, 2013
Due o tre pensieri post Fiorentina - Milan

Nella mia penosa esperienza come giocatore di calcetto ho imparato una cosa: non ancora a calciare una palla dritta in porta, ma sicuramente che se l’arbitro è scarso le probabilità che la partita finisca in rissa – anche tra persone tranquille – aumentano esponenzialmente (ho visto amici buonissimi promettere ad avversari che non avrebbero finito la partita… e tentare di mantenere la promessa).

Fiorentina – Milan, che era uno scontro diretto tra la quarta e la terza del campionato, quindi – dico – a tensione un tantino sopra la media, è stata gestita come peggio non si poteva sia durante che dopo i 90 minuti.

Durante come è andata si sa: prima un’espulsione inventata (con annessa pagliacciata in stile Busquets di El Shaarawy, che nessuno ha sottolineato); poi un rigore dubbio su Ljiaijc, un altro rigore negato su fallo di mano di Roncaglia, un pugno di Mexes a Cuadrado non visto e un paio di gialli (per Montolivo e Balotelli) che avrebbero potuto diventare rossi poco dopo.


Dopo il primo rosso la tribuna d’ “onore” del Franchi è insorta contro Galliani, che invece di fare la figura del signore uscendo in silenzio si è messo a sbraitare contro tutti (pare anche contro un bambino, anche se nelle foto i bambini allibiti guardano tutti lui, che – diciamo – non è calmo come un monaco tibetano).

Ora questo brutto episodio si sarebbe concluso lì (con le dichiarazioni esemplari di due allenatori bravi e intelligenti come Montella e Allegri) se i media nazionali, il Milan, il giudice sportivo e i due scandalosi presidenti di federazione e lega calcio non avessero fiutato il sangue. Il tutto ha preso un contorno più grottesco perché il giorno successivo, cioè ieri, prima di Roma – Lazio c’è stato il solito allegro contorno di coltellate e assalti alle ambulanze.

Tralasciando i media nazionali vorrei partire da due figurini come Abete e Beretta: il primo deputato democristiano per tre legislature, fratello dell’ex presidente di Confindustria e BNL Luigi Abete, entrato nel mondo del calcio per imprecisati meriti sportivi nel 1989 (MILLENOVECENTOOTTANTANOVE) quando – ça va sans dire – era ancora deputato, nato a Roma e tifoso juventino. Il secondo già direttore di Rai 1, Fiat, Confindustria, Unicredit (è tra l’altro veramente scandaloso che ogni riciclato eccellente, nel mondo dirigenziale italiano, sia transitato in vita sua in almeno due tra televisione pubblica, Fiat, Confindustria, Confcommercio o una banca), presidente della Lega Calcio per imprecisati meriti sportivi e dimissionario dal 2011 (DUEMILAUNDICI), nato a Milano.

Ecco, giusto per farla breve, dai due moderni piagnoni sarebbe stata apprezzata una mezza parola di sdegno verso i fatti del derby, (dato che nel caso di Fiorentina – Milan il ditino, come dire, l’hanno alzato), ammesso, certo, che i due siano degni di dare lezioni.

La reazione del Milan, poi, la trovo spropositata. Sia nel ridicolo comunicato sulla presunta lezione impartita da Montolivo (mercenari se ne sono visti tanti, ma un ex capitano che torna l’anno dopo da capitano della nuova squadra credo mai), sia nella sguaiata frase di Galliani secondo cui: “sono trent’anni che a Firenze succedono queste cose, è il peggiore stadio d’Italia”.

Ora, per me Galliani può dire quello che vuole; ma forse prima dovrebbe fare un pensierino a certi episodi degli ultimi 30 anni: tipo quando ritirò sportivamente la squadra dal Vélodrome di Marsiglia pregustando la vittoria a tavolino (e beccandosi un anno di squalifica); tipo al nome di Francesco Spagnolo, che pure dovrebbe dirgli qualcosa; o ad altri episodi meno drammatici e di dubbia sportività: tipo questo o questo.
(ovviamente si potrebbero citare anche rincresciosi episodi a tinte viola, per dire che prima di affondare stoccate sulle magagne altrui si dovrebbe pensare alle proprie).

Infine chiudo sul giudice sportivo, che saggiamente decide di proseguire la guida ferma del buon Tagliavento e squalifica tre giornate Balotelli per un “che cazzo guardi?” (roba che metà serie A dovrebbe giocare dieci partite l’anno. E io credo che qui il giocatore sia veramente finito in un loop dannoso di cazzate – proprie – e malafede altrui), per una Tomovic “per avere commesso un intervento falloso su un avversario in possesso di una chiara occasione da rete” (e insomma qui c’è il video che parla) e poi rifila 4 daspo agli esagitati tifosi della tribuna d’onore. Quattro, come quelli elargiti per le coltellate pre-derby. 


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7:53pm
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